CLIMAX 29 di Francesco Gallo Mazzeo

Testori. Anima, Scriptoria. 

Ritrovare Giovanni Testori, detto Gianni, è come imbattersi in un grande tesoro che qualcuno ha fatto cadere a terra, andando oltre, ignaro. Si cerca prima di rintracciare chi l’ha perduto, ma la ricerca è vana, perché non c’è un perdente, uno solo, ma tanti, tutti noi, assediati dalle cronache, senza essere capaci di storie, di vere storie. Io mi aggiungo a questo contesto, per non sembrare troppo presuntuoso, ma in realtà non ho mai smesso di essere un monocolo, in terra di ciechi, perché non ho mai smesso la sua presenza, la sua contemporaneità nella guida del mio difettoso, ma consistente, saper vedere e nell’altrettanto accidentato, saper scrivere. Testori era (è) drammaturgo che con la sua Arialda, Erodiade, Ambleto, mi si appaia con la Orcynus Orca di Stefano d’Arrigo, odissea del nostro tempo, come odisseo era in vita e in morte lui. Per non parlare del suo Ponte sulla Ghisolfa e del suo In Exitu, che è un vero testamento della tragedia della solitudine, che assedia tanti, tutti, in questo immenso stadio, dove si sta accanto, gli uni con gli altri, ma si è distanti anni luce. Niente del reale, sfuggiva al suo radar umano di poeta, che senza perdere mai se stesso, era in grado di navigare negli spazi in cui vigono i sogni, nel cui regno possono avvenire voli, salti, giravolte temporali che nel tempo ordinario, delle tante veglie, non possono avvenire; ed è quanto applicava alla sua critica d’arte solitaria, così come alla sua pittura, in un sapere stare, oltre che con le parole, da quelle immerse nella terra umidiccia delle periferie milanesi a quella alata del suo fervore religioso. La sua lunga relazione con Alain Toubas racconta del suo rapporto a tutto tondo con il pensiero profetico di tipo trascendentale, che emanava da ogni suo sguardo, da ogni sua parola, che era intuitiva, artistica, scopritrice di talenti come Igor Mitoraj e frequentatrice di Franco parenti e Andrée Ruth Shammah, della sua scoperta di Francis Bacon, oggetto di Suite per Francis Bacon e Ecce Bacon. In contemporanea il suo sodalizio con Federica Galli, grafica e acquafortista, presa sotto gamba da tanti inseguitori del nuovo e la cui opera appare, ora, in tutta la sua splendida forza. Nelle lunghe conversazioni, avute nel giardino interno di via Corridoni, abbiamo percorso il destino della parola e dell’immagine, nell’era ancora
embrionale, degli anni ottanta e novanta, l’incedere della sparizione, della dissolvenza che lui interpretava come devastazione della corporalità, esemplificata, si fa per dire, nella sua picassiana
Crocifissione, in cui le deformazioni sono ancora più accentuate che nella sua sanguigna versione della lezione di Schiele.
Il centro di tutto era sempre l’anima, l’enigma degli enigmi, dove tutto avviene, nell’invisibilità, che non è assenza, ma è un più alto grado del visibile, immerso nella trasparenza, nell’impalpabilità! Più vera del vero.!