
Erich Estorik. Cultura. Passione.
Venezia negli anni ottanta del ‘900 era ancora città, oltre ad essere festival
e passerelle e si potevano incontrare per calli e campielli, oltre che salutare
da una gondola all’altra, motoscafi e traghetti, volti noti e veneziani di
Cannareggio, ma anche barnabotti di antica nobiltà, ormai infeltrita. Qualcuno
degli ultimi eredi della serenissima, si faceva vedere ogni tanto, ma ancora rumoreggiavano i rio terà del “Barba frutariol” e le salizade delle “vece cavane”,
che oggi sono silenti e umide del nulla che aleggia ovunque. Qualcuno in Florian parlava ancora di Ezra Pound e della sua barba bianca, ricordato ciondolante, con copie unte e magnifiche dei suoi Cantos e dei suoi Pisan Cantos, che qualcuno dovrebbe riprendere in mano e comprenderne la sua poeticità omerica; ma c’era anche il fantasma invisibile di Peggy Guggenheim, entrante e uscente da Cà Venier dei Leoni. Sempre in Florian, non era difficile incontrare, sereno, ma mai sorridente, Emilio Vedova, in filosofeggiare con l’algida Bianca, ma anche De Luigi padre, De Luigi figlio, Bepi Mazzariol con Giuseppe Santomaso, quasi mai in concordanza di opinioni. E poi, la sera era una festa, in osterie e trattorie, che a forza di ombre de vin, diventavano vere e proprie orchestre sinfoniche senza direttore alcuno. E mi ricordo, in un angolo della via per andare a Fondamenta Nuove, la sezione “Anita Mezzalira” del vecchio pci, con sparuti e combattivi militanti, che io definii milipochi, di puro accento veneto. Per me, tutti meravigliosi lasciti. E tra questi meravigliosi lasciti di storia personale, riappaiono, con Pontus Hulten, con François Mitterand, Zoran Music, Ida Barbarigo Cadorin, la figura corposa di Erich Estorik, grande collezionista di artisti italiani, sempre animato da passione eroica, per l’arte e la cultura, in una perenne pesca del bello e del sublime. Io mi accompagnavo a loro, qualche passo indietro, nel discorrere con ieratica figura di Leon Gischià e con la splendida cantilena di Giovanni Soccol, che approfitto di queste righe, per salutarlo caramente. Estorik, negli ultimi anni, si era un po’ appesantito, ma con la verve di un ventenne, si animava e gesticolava, in spurio stile meridionale, cosa che lo faceva, gesticolante nativo, a me molto consono. Una sera, eravamo in tanti, diretti ai Do Forni o Alla Madonna e si avvicinò a noi, Giulio Turcato con Vana e fu subito querelle tra lui ed Erich, che a furia di benevole pacche, risate e gomitate, furono sul punto di cadere in canale, ma fui io a trattenerli, tirando fuori una sconosciuta e forte capacità di aggancio. Ricordi del tempo. Vedere oggi a Londra, nella sua Fondazione, la grande collezione fatta da lui, quadro per quadro, opera per opera, come la trama di un tessuto aureo, si ha la risposta alle sue continue domande sull’arte del nostro tempo, tanto diseguale tra un artista e l’altro e quindi molto difficile da mettere insieme in una trama che avesse un senso. Lui c’è riuscito, con il suo innato intuito, con il suo talento coltivato, di scopritore e di conoscitore, mai attratto dalla superficialità e dalla spettacolarità, ma attento alla sostanza, alla capacità di svelare, che il conoscitore deve avere, in un continuo andare, andare. In lui c’era una bussola, quella di attento osservatore di cose italiane, sulle orme del passato, ma nel suo presente.