
Gattopardo. Ieri. Oggi. Domani.
Ho rivisto, per l’ennesima volta, in televisione, Il Gattopardo. La prima volta avvenne a Palazzolo Acreide, antica Akrai di Sicilia, di cui sono originario, quindi doveva essere periodo natalizio, periodo del nostro eterno ritorno alle origini. Il cinema in cui veniva proiettato, “Aurora” si chiamava ed era una chiesa sconsacrata, collegata ad un ex convento di frati cappuccini, infatti tutta la zona si chiamava “scapuccini”. La chiesa negli ultimi anni, è stata di nuovo consacrata ed ha una cripta medievale rivelata di nuovo. Quella volta fu una rivelazione, una folgorazione per chi siciliano, io, aveva una idea vaga della Sicilia, che collegava ad una mitica idea di Palermo e di Monreale e basta. Prima di tutto, i protagonisti, Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale, Paolo Stoppa, Romolo Valli e per l’empireo attorno di Cattedrale, con tomba di Federico II, mitica Vucciria, i Quattro Canti, Palazzo dei Normanni, Conca d’Oro (di cui nessuno più parla)ma soprattutto dei colori sfavillanti, vita di tutto e tutti, nelle feste di Palazzo Ganci e nella ammaliante colazione agostana. All’uscita dal cinema, tutto mi sembrò scolorito e triste, freddo e mi venne in mente come un sogno, il pensiero impossibile di poter essere risucchiato all’interno della stessa pellicola, di diventarne parte e là rimanere. Una sensazione di spaesamento, mi è tornata, in gironi diversi, ogni volta e mi torna tuttora, con immancabile puntualità. La copia del libro di Tomasi di Lampedusa, con la copertina telata rossa, scritta in oro, troneggia nello scaffale più a portata di mano, accanto a quella meno imponente, ma ieratica, dei Vicerè di Federico De Roberto (e li ho letti innumerevoli volte); capolavori di psicologia, di poesia, di vera scrittura. Ma il trono è monocratico è tocca al Principe di Salina, visto e reso memoria sognata. Perché in mente ho, la speciale luce che Luchino Visconti, ha saputo trarre dalla sua stessa mente e rendere visibile. Una luce che somiglia a quella di El Greco e di Caravaggio, non per meccanica analogia, ma per una innumerevole serie di assonanze, surreale e inventive. Perché quella luce manierista e barocca, non esiste nel nostro reale quotidiano, ma è totalmente fantastica, recuperando il detto incorrotto, per cui Klee affermò che l’arte rende visibile l’invisibile, nel senso che quello che non appare in essa, con essa, rimarrà sempre nell’ombra, nella notte. Per questo motivo Il Gattopardo, è un tripudio del colore, barocco, forte e debole, nello stesso momento, da mille e mille specularità, che non sono riferibili ad una oggettività, ma sono frutto del genio, un distillato prezioso di eterogeneità, che poi diventa necessariamente, nettare di ambrosia, apparizioni innamorate, che non ammette intromissioni, perché è un totus qui expellet partem. Insomma Visconti, ha moltiplicato ciò che nella scrittura di Tomasi di Lampedusa, era ultra, assestandosi ad un plus che non ammette repliche. E dire che il mio amato Elio Vittorini, altro siciliano, lo aveva proposto per il cestino delle cose inutili, appassionato, com’era di Saroyan, di Draiser, di Steinbek. Come a dire che tutti possiamo sbagliare e “meno male che Feltrinelli c’era”; e cosi una pietra preziosa è diventata “nostro pane quotidiano” di una lettura maieutica e con Luchino Visconti, moltiplicazione infinita di zenith e nadir.