
Piero Guccione. Senza Tempo e Spazio
Poteva stare anche ore con il pennello in surplace, senza toccare la tela,
oppure con il pastello sospeso sulla carta. Immobile, immenso nel suo
universo intuitivo, silenzioso fino all’arroganza, fino all’oblio di sé,
perché non gli era concesso di replicare, correggere, ridire; per un tempo
senza tempo c’era uno spazio senza spazio, perché niente può accadere
se non è giunto il momento se l’invisibile, frastornato di nuvole e nebbie
non decide di sbiadirsi e darsi alla sottile linea del colore che nella
sua mente si declamava e diventava blu, d’un marino traboccante
d’essenze ed assenze o linee d’una campagna carrubea, immersa
nel sole possente d’agosto e tremolante di marzo. Lui era lì, nella sua
postazione guardiana, di un mare che atterra e di una terra che ammara,
per cogliere le segretezze e le misteriosità, quelle che sfuggono alla
fretta passante o alla vista snervante, nel saper cogliere le delebili
mutazioni delle sfumature e consegnarle alla vista, alla storia di tutti e
di ognuno. Quello che qui vi racconto, è un sogno (forse) che ho fatto,
guardando le opere, un sogno compagno di vita, della prima visita fatta,
nella sua campagna ragusana, nel 1983, quando compilai l’Antologia
Grafica (edita da Salvatore Sciascia) e poi rinnovato all’ultima visita,
nel 2011, quando scrissi per le Opere Monumentali (edite da Il Cigno,
di Lorenzo Zichichi). Intorno a lui, alle sue veglie, ai suoi paesaggi, si
ingrigivano i capelli e si modificavano le desinenze, dovendo fare perno
ai fondamentali del saper vedere, frutto di uno studio profondo e di una
meditazione trascendente, non erano mai turbati, ma confermati; ed ora
sono lì, immortalati in opere che sono un lascito e una testimonianza, di
quanto l’arte sia un artificio mentale che fa diventare “reale” la sua
immaginazione, interagendo con la sua oggettività e facendola diventare
scuola di soggettività, che è l’unica cosa che conta veramente. Senza il suo
passaggio, tra noi, non sarebbe apparsa quella temperie cromatica e la linea
di luce, che accompagna il solare dell’ora di punta, quando tutto sembra
essere esercizio di stile e diventa lezione classica che s’insinua nella
modernità, nella mutevolezza, nell’originalità; e la conferma, senza mai
negarla, ma le conferisce sostanzialità, senso dello svelamento che non è
mai una volta per tutte e non è neanche tutto in una volta, ma è un lento
costruirsi dell’invisibile, in anima del visibile, oltre le movenze dell’emozione,
della gestualità, del momento, in contemplazione, armonia immanente
e sapiente orchestralità.