CLIMAX 36 di Francesco Gallo Mazzeo

 

Piero Guccione. Senza Tempo e Spazio

Poteva stare anche ore con il pennello in surplace, senza toccare la tela,

oppure con il pastello sospeso sulla carta. Immobile, immenso nel suo

universo intuitivo, silenzioso fino all’arroganza, fino all’oblio di sé,

perché non gli era concesso di replicare, correggere, ridire; per un tempo

senza tempo c’era uno spazio senza spazio, perché niente può accadere

se non è giunto il momento se l’invisibile, frastornato di nuvole e nebbie

non decide di sbiadirsi e darsi alla sottile linea del colore che nella

sua mente si declamava e diventava blu, d’un marino traboccante

d’essenze ed assenze o linee d’una campagna carrubea, immersa

nel sole possente d’agosto e tremolante di marzo. Lui era lì, nella sua

postazione guardiana, di un mare che atterra e di una terra che ammara,

per cogliere le segretezze e le misteriosità, quelle che sfuggono alla

fretta passante o alla vista snervante, nel saper cogliere le delebili

mutazioni delle sfumature e consegnarle alla vista, alla storia di tutti e

di ognuno. Quello che qui vi racconto, è un sogno (forse) che ho fatto,

guardando le opere, un sogno compagno di vita, della prima visita fatta,

nella sua campagna ragusana, nel 1983, quando compilai l’Antologia

Grafica (edita da Salvatore Sciascia) e poi rinnovato all’ultima visita,

nel 2011, quando scrissi  per le Opere Monumentali (edite da Il Cigno,

di Lorenzo Zichichi). Intorno a lui, alle sue veglie, ai suoi paesaggi, si

ingrigivano i capelli e si modificavano le desinenze, dovendo fare perno

ai fondamentali del saper vedere, frutto di uno studio profondo e di una

meditazione trascendente, non erano mai turbati, ma confermati; ed ora

sono lì, immortalati in opere che sono un lascito e una testimonianza, di

quanto l’arte sia un artificio mentale che fa diventare “reale” la sua

immaginazione, interagendo con la sua oggettività e facendola diventare

scuola di soggettività, che è l’unica cosa che conta veramente. Senza il suo

passaggio, tra noi, non sarebbe apparsa  quella temperie cromatica e la linea

di luce, che accompagna il solare dell’ora di punta, quando tutto sembra

essere esercizio di stile e diventa lezione classica che s’insinua nella

modernità, nella mutevolezza, nell’originalità; e la conferma, senza mai

negarla, ma le conferisce sostanzialità, senso dello svelamento che non è

mai una volta per tutte e non è neanche tutto in una volta, ma è un lento

costruirsi dell’invisibile, in anima del visibile, oltre le movenze dell’emozione,

della gestualità, del momento, in contemplazione, armonia immanente

e sapiente orchestralità.