Renzo Vespignani. Invisibile. Leggero

La grafica di Vespignani mi ha aiutato molto nella vita. in tutti i sensi.
Ne ho venduta tanta, ma proprio tanta, a tutti quelli che negli anni del
boom dell’opera seriale, si riempivano le case, un pò per piacere, un pò
per giocare al “piccolo investitore”, dato che tutti promettevano rivalutazioni
monetarie che poi si sono manifestate. Una infatuazione generale, in cui
accanto a tante edizioni veloci si sono accompagnate edizioni che fanno
grande una tradizione che, nata per illustrare, è diventata opera in sé.
Devo dire che i suoi fogli erano sempre immacolati, protetti dalle onde
di pds e dei francesisti bat, che poi moltiplicavano in modo esponenziale
le “copie” sul mercato; e questo ha avuto una ricaduta su tutto un segmento
di mercato, deprimendolo così gravemente che ancora oggi non si è
del tutto ripreso. In nome di Vespignani, di Gentilini, di Guccione, credo
che sia giunto il momento di rifare edizioni di grafica e di gamma alta, alta.
Vista oggi, la sua grafica, tutta, mantiene tutta la sua freschezza e la sua
esuberanza di policromaticità sfavillante, dovuta ad una impegno che lo
vedeva coinvolto, lontano da ogni idea speculativa, alla diffusione di massa
(come si diceva una volta) delle opere d’arte, un pò per seguire una certa
idea nazional popolare, non apprezzata da Pier Paolo Pasolini, ma difesa
da Alberto Moravia ed Enzo Siciliano, per portare il belloovunque, un pò
come retaggio della cultura cattolica, che affidava alla pittura e alla scultura
il compito di essere literatura laicorum, di erudire con le immagini.
il suo segno è inconfondibile; tocca il suo culmine nel momento del baratro
italiano, durante l’occupazione nazista di Roma, disegnando in modo
veristico, tra il verghiano e il goyesco, il senso crudo della lotta per la
sopravvivenza, la difficoltà a rimanere puri nella squallida miseria quotidiana,
scavando nel tessuto delle architetture martoriate, nelle rovine, nelle macerie.
Certamente ha influito nella fluenza e nettezza del suo segno grafico, la
lezione di un grande maestro e didatta come Lino Bianchi Barriviera,
l’ascendenza su di lui di vicini come Ziveri e Bartolini e di lontani come
Grozz e Dix. Per dire, che il discorso su di lui deve essere circostanziato,
capace di cogliere i gravia della sua vera vocazione e i leviadei suoi
momenti leggeri di respiro, di presa d’aria. MI sembra che questo suo
“immenso” diario, sia abbastanza per giudicare ingiusto il suo abbandono
al silenzio di mostre e pubblicazioni e per un suo innalzamento tra quanti
hanno lasciato un segno novecentesco vero e non si sono limitati ad una
attraversamento indolore, scavando in affondo. Più che mai, vivo e attuale.