
Peppino Mazzullo. Antico. Moderno
Sbarbato. Impeccabile. Capelli levigati sul capo, bastone con pomo d’argento.
Con lui, l’immancabile Maria, compagna di una vita e suo specchio dialettico,
in furibonde litigate, finite in abbracci. Muscolosissimo, capace di grandi
scalpelli e granitiche pietre, quando non in splendente ossidiana.
È stato lo sculptor optimus della mia vita, con lui ho cominciato il viaggio
nell’arte che ancor m’accompagna, in occasione della fondazione della
Galleria d’arte Moderna di Paternò, ai piedi dell’Etna, voluta da Nino Lombardo,
democristiano purissimo e in compagnia di Orazio Palumbo, Salvatore Puglisi
(detto Turi) Mariella Camilleri, con l’attorniante presenza di Enzo Indaco.
Protagonista di un’intera stagione della scultura romana, Peppino Mazzullo ha
lasciato un insieme di opere di grande rilievo formale, di un espressionismo fatto
di virtù factoria, di desiderio di veder emergere dalla pietra, una forma, un
simbolismo archetipico, una figura mitica, come accadde nel tempo del suo
ritorno in Sicilia, dove gli è stata dedicata una Fondazione, nel Palazzo Des
Puches di Taormina, che al dire il vero non brilla, per testimonianza della sua
collezione, lì ubicata, né per attività di sculturalità, che ne portino avanti il suo
intento culturale, pedagogico, di una fatica che ha come premio, l’apoteosi.
La mostra di Paternò fu gloriosa e fece nascere una grande amicizia che ci
accompagnò fino alla sua improvvisa morte avvenuta nel 1988. Oggi, la sua
memoria è un po' perduta, non si vedono sue opere in mostra e nonostante
critici importanti, come Giovanni Carandente, Mario De Micheli, Carlo Ludovico
Ragghianti, Nello Ponente, Enrico Crispolti e scrittori e poeti come Giuseppe
Ungaretti, Vann’Antò, Stefano D’arrigo, per non parlare della costante attenzione
di Renato Guttuso, comunque da una prospettiva storica, per la complessità e la
qualità delle sue sculture è considerabile una figura ineliminabile del panorama
artistico novecentesco, che è ancora qui in mezzo a noi, come lui vorrebbe essere.
Scrive Gianni Eugenio Viola: “a casa di Mazzullo, a Roma, si radunava non sola
la generazione dei giovani, tra il ’47 e il ’50, ma anche dei già affermati e così
accanto a Ungaretti e Caldarelli, vi trascorrevano lunghe serate, gli insorgenti,
Leonardo Sinisgalli, Ferruccio Ulivi, Cesare Zavattini, Pietro Consagra, Elio
Filippo Accrocca, Piero Dorazio, Luciano Luisi… E l’elenco potrebbe a lungo
continuare, per dire, con il giudizio della sera, come la coltre del tempo sia
imperante e la virtù del ricordo sia flebile; così voglio ricordare il nostro ultimo
incontro. Disse solennemente, “faremo grandi cose”. Me lo ricordo. Ancora.!