CLIMAX 41 di Francesco Gallo Mazzeo

Pietro Annigoni. Pittore. Delle. Regine.

 

Il pittore delle regine. Così lo definivano. Alcuni per elogiarlo e magnificarlo.

Altri per ridurre ai minimi termini la sua personalità. Lui non se ne curava,

andava per la sua strada, osannato da giornali e riviste, “leggere” di cui era

il sovrano e che registravano e esaltavano ogni suo quadro e ogni suo disegno

(magnifiche erano le sue tempere grasse), specie se ritraente, un regnante o

un potente. Detta cosi, non è una storia seria, ma una storiella, di quelli che

intendono la storia, come una coperta, sempre troppo piccola, da tirare dalla

propria parte e la critica come un comitato di festeggiamenti o come un plotone

di esecuzione. Ristabilire una verità ultima è impossibile e forse non esiste

nemmeno, ma il veritiero sì, la correttezza che deve portare a dire, pane al pane,

vino al vino. Intanto parliamo di bravura tecnica e di precisione costruttiva, là

dove Pietro Annigoni è innegabilmente un maestoso, un imbattibile stilista, capace

di piegare ogni linea, ogni tratto, ogni ombreggiatura, ad una speculare conoscenza

morfologica, che fa si, che i sorrisi dei suoi personaggi siano sorrisi e non smorfie e

se smorfia ci deve essere sia una smorfia, con una costruzione canalettiana delle

forme e una corrispondenza tra visibile e invisibile. A questa bravura va connessa,

una vera corrispondenza psicologica, capace di trasformare la lettura fenomenologica,

di un vero sguardo, di un sorriso, di una grafia di impareggiabile valore. Un vero

pittore, davanti a cui tanti ritratti fotografici segnano il passo, così come lo segna

tutta una critica che non ha saputo leggere il suo splendido anacronismo, come

una contromisura di chi vuole andare in una strada poco frequentata della

modernità, seguendo una voglia monastica, che è un diritto e una scelta, come lo

è il suo modo di intendere la pittura, in un costrutto personale di un metodo

dell’antimetodo. Colore e tono, segnano la sua vita, come quella di un anticonformista,

amante della carrozza ai tempi dell’automobile; un segno grande, certo, un segno

della sua libertà, d’amarsi e celebrarsi. Lavorava per gli ottimati, per gli abbienti,

quelli che nel modo greco venivano chiamati classici, nella definizione di Aulo

Gellio, governante dell’Epiro, che essendo insonne passava le notti a leggere,

scrivere, meditare, lasciandoci quello scrigno prezioso che si chiama Notti Attiche,

adatto ad Annigoni. Nella mia cultura dell’anche, c’è un posto per questo eretico,

pittore e uomo, a cui nell’occasione della morte, dedicai un corsivo sul Sole24Ore.

Oggi, riprendo l’argomento e senza eleggerlo a mio alfiere, mi rivolgo a lui come

ad un singolare genio, un irregolare nell’irregolarità. Un fuori classe del bello.

E lo prego di accettare il mio omaggio.