
Pietro Annigoni. Pittore. Delle. Regine.
Il pittore delle regine. Così lo definivano. Alcuni per elogiarlo e magnificarlo.
Altri per ridurre ai minimi termini la sua personalità. Lui non se ne curava,
andava per la sua strada, osannato da giornali e riviste, “leggere” di cui era
il sovrano e che registravano e esaltavano ogni suo quadro e ogni suo disegno
(magnifiche erano le sue tempere grasse), specie se ritraente, un regnante o
un potente. Detta cosi, non è una storia seria, ma una storiella, di quelli che
intendono la storia, come una coperta, sempre troppo piccola, da tirare dalla
propria parte e la critica come un comitato di festeggiamenti o come un plotone
di esecuzione. Ristabilire una verità ultima è impossibile e forse non esiste
nemmeno, ma il veritiero sì, la correttezza che deve portare a dire, pane al pane,
vino al vino. Intanto parliamo di bravura tecnica e di precisione costruttiva, là
dove Pietro Annigoni è innegabilmente un maestoso, un imbattibile stilista, capace
di piegare ogni linea, ogni tratto, ogni ombreggiatura, ad una speculare conoscenza
morfologica, che fa si, che i sorrisi dei suoi personaggi siano sorrisi e non smorfie e
se smorfia ci deve essere sia una smorfia, con una costruzione canalettiana delle
forme e una corrispondenza tra visibile e invisibile. A questa bravura va connessa,
una vera corrispondenza psicologica, capace di trasformare la lettura fenomenologica,
di un vero sguardo, di un sorriso, di una grafia di impareggiabile valore. Un vero
pittore, davanti a cui tanti ritratti fotografici segnano il passo, così come lo segna
tutta una critica che non ha saputo leggere il suo splendido anacronismo, come
una contromisura di chi vuole andare in una strada poco frequentata della
modernità, seguendo una voglia monastica, che è un diritto e una scelta, come lo
è il suo modo di intendere la pittura, in un costrutto personale di un metodo
dell’antimetodo. Colore e tono, segnano la sua vita, come quella di un anticonformista,
amante della carrozza ai tempi dell’automobile; un segno grande, certo, un segno
della sua libertà, d’amarsi e celebrarsi. Lavorava per gli ottimati, per gli abbienti,
quelli che nel modo greco venivano chiamati classici, nella definizione di Aulo
Gellio, governante dell’Epiro, che essendo insonne passava le notti a leggere,
scrivere, meditare, lasciandoci quello scrigno prezioso che si chiama Notti Attiche,
adatto ad Annigoni. Nella mia cultura dell’anche, c’è un posto per questo eretico,
pittore e uomo, a cui nell’occasione della morte, dedicai un corsivo sul Sole24Ore.
Oggi, riprendo l’argomento e senza eleggerlo a mio alfiere, mi rivolgo a lui come
ad un singolare genio, un irregolare nell’irregolarità. Un fuori classe del bello.
E lo prego di accettare il mio omaggio.