
Cognome e Nome. Attardi Ugo.
Avevamo un magico amico comune, Massimo Riposati e con questo tratto
d’unione abbiamo intessuto un dialogo, diretto e indiretto, su tante cose
dell’arte e su tante cose della vita. Massimo Riposati, mitico editore e
animatore di Carte Segrete, come una sorta di Baldassar Castiglione e lui
come un visionario dell’arte e un eretico trionfante, dell’amor carnale e di
quello spirituale. Ci legava una legenda d’origine, di una mitologica sicilitudine e
ci divideva, in senso metaforico, che in realtà ci legava di più, un senso alto
della libertà, che è fatto più di spigoli che di lisciature e tale fu l’incontro
urticante che avemmo a Parigi, in occasione di una Fiac, a cui tutti, allora,
rendevamo omaggio, io visitando tutto quello che potevo visitare, di mostre,
conferenze, cerimonie, lui con una bella mostra in una piccola galleria che
autogestiva, appunto, con Massimo Riposati. Parlammo di tutto, dei nostri
echi di origine, diretti i miei e diretti i suoi, della mai sopita polemica realista,
tra un sacrale e un blasfemo, nel concepire la pedagogia della pittura, oltre
che della sua poetica e in tale occasione emergeva tutto il suo attaccamento
a Scipione, al fervore della scuola romana, rosolata in tutto il suo rugginoso
colore. Ma senza calligrafismi, visitata in chiave esotica, facendone un alfabeto
proprio, un ordine narrativo, in cui stavano al centro delle sue immagini, le
pulsioni di un erotismo che non era mai manierato e manieroso, ma sgorgante
dalla sua più profonda umanità. Lui. Un essere inomologabile, avvolto in una
aura berniniana, quella che emana, per intenderci, dalla Beata Lodovica
Albertoni e dell’Estasi di Santa Teresa d’Avila, con cenni del Greco, lo
confermano come un esotico viaggiatore dell’hic sunt leones, che vuole trovare
il sé più profondo del sé e l’altro più atro dell’altro, sempre intrepido, sempre
ribelle anche a sé medesimo. Mi piace evocare un quid di caravaggesco, che
lui non ha mai portato alle più estreme conseguenze e che gli hanno consentito
d’essere pittore più che attore, artista più che protagonista. Anche se ad osservare
le sue sculture “ africane” non si può fare a meno di definirlo, come un forte
desiderante, mai soddisfatto del qui ed ora, rivolto sempre ad un mitico
passato e proiettato ad un insondabile futuro, sempre incombente come una
linea dell’orizzonte, ma sempre sfuggente come uno specchio moltiplicato.
Il lascito della sua biografia e della sua opera è un libro ancora del tutto aperto
e con tante pagine bianche, perché io penso che la sua presenza sulla scena
Italiana e internazionale, sia da scrivere, anche se il suo poderoso catalogo
generale ha colmato molti vuoti e dato molte risposte, della forte polisemia.