CLIMAX 37 di Francesco Gallo Mazzeo

 

Cognome e Nome. Attardi Ugo.

Avevamo un magico amico comune, Massimo Riposati e con questo tratto

d’unione abbiamo intessuto un dialogo, diretto e indiretto, su tante cose

dell’arte e su tante cose della vita. Massimo Riposati, mitico editore e

animatore di Carte Segrete, come una sorta di Baldassar Castiglione e lui

come un visionario dell’arte e un eretico trionfante, dell’amor carnale e di

quello spirituale. Ci legava una legenda d’origine, di una mitologica sicilitudine e

ci divideva, in senso metaforico, che in realtà ci legava di più,  un senso alto

della  libertà, che è fatto più di spigoli che di lisciature e tale fu l’incontro

urticante che avemmo a Parigi, in occasione di una Fiac, a cui tutti, allora,

rendevamo omaggio, io visitando tutto quello che potevo visitare, di mostre,

conferenze, cerimonie, lui con una bella mostra in una piccola galleria che

autogestiva, appunto, con Massimo Riposati. Parlammo di tutto, dei nostri

echi di origine, diretti i miei e diretti i suoi, della mai sopita polemica realista,

tra un sacrale e un blasfemo, nel concepire la pedagogia della pittura, oltre

che della sua poetica e in tale occasione emergeva tutto il suo attaccamento

a Scipione, al fervore della scuola romana, rosolata in tutto il suo rugginoso

colore. Ma senza calligrafismi, visitata in chiave esotica, facendone un alfabeto

proprio, un ordine narrativo, in cui stavano al centro delle sue immagini, le

pulsioni di un erotismo che non era mai manierato e manieroso, ma sgorgante

dalla sua più profonda umanità. Lui. Un essere inomologabile, avvolto in una

aura berniniana, quella che emana, per intenderci, dalla Beata Lodovica

Albertoni e dell’Estasi di Santa Teresa d’Avila, con cenni del Greco, lo

confermano come un esotico viaggiatore dell’hic sunt leones, che vuole trovare

il sé più profondo del sé e l’altro più atro dell’altro, sempre intrepido, sempre

ribelle anche a sé medesimo. Mi piace evocare un quid di caravaggesco, che

lui non ha mai portato alle più estreme conseguenze e che gli hanno consentito

d’essere pittore più che attore, artista più che protagonista. Anche se ad osservare

le sue sculture “ africane” non si può fare a meno di definirlo, come un forte

desiderante, mai soddisfatto del qui ed ora, rivolto sempre ad un mitico

passato e proiettato ad un insondabile futuro, sempre incombente come una

linea dell’orizzonte, ma sempre sfuggente come uno specchio moltiplicato.

Il lascito della sua biografia e della sua opera è un libro ancora del tutto aperto

e con tante pagine bianche, perché io penso che la sua presenza sulla scena

Italiana e internazionale, sia da scrivere, anche se il suo poderoso catalogo

generale ha  colmato molti vuoti e dato molte risposte, della forte polisemia.